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DALLO STRALCIO DEL MESSAGGIO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA GIORGIO NAPOLITANO
ROMA 22 APRILE 2013


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LA CITTA SOTTO LA CITTA' - ECCO L'ANTICA CAPUA E I SUOI MONUMENTI STORICO DEL SACRO ROMANO IMPERO E DEGLI ETRUSCHI

L’Antica Capua, oggi nota con il nome di S. Maria Capua Vetere, vanta una storia millenaria. Di fondazione etrusca, ottenne da essi un piano urbanistico regolare, con strade rettilinee, edifici monumentali ed organizzazione politica e sociale. Altre popolazioni occuparono il territorio caratterizzandone le sorti, ma da esse riuscì anche a distinguersi come dimostra la rivolta capeggiata dal gladiatore Spartaco.
A favore della città la sua collocazione: occupando un’estesa zona della fertile pianura campana è stata per lungo tempo luogo di ricovero e villeggiatura per tutto il periodo imperiale. Molti interventi di abbellimento si attribuiscono a Tiberio, Nerone, Vespasiano ma soprattutto Adriano che la riportò all’originario splendore.
Oltre all’agricoltura, le attività produttive della città erano incentrate sull’artigianato. Importante la produzione di vasi in ceramica ed in bronzo, la lavorazione del lino e della lana e la produzione di profumi, la cui vendita avveniva nella Seplasia, mercato della città.
Purtroppo gravi stravolgimenti si registrano con le invasioni barbariche, culminanti nella distruzione saracena dell’841. Dell’epoca finora descritta la città conserva numerose testimonianze, che hanno consentito una ricostruzione della città antica, con i suoi monumenti e le sue tradizioni. Di seguito se ne propone un itinerario significativo.

Arco di Adriano
Detto anche Arco di Capua, segna simbolicamente l’ingresso trionfale alla città, posto sull’antica Via Appia, importante via commerciale di collegamento dall’Urbe fino a Brindisi. La sua costruzione risale, presumibilmente, al 130 d.C., anno i cui si decise di onorare l’imperatore Adriano, particolarmente legato al luogo, al clima favorevole e all’ospitalità degli abitanti.
Il monumento originario era a tre fornici ma purtroppo se ne conserva solo uno intatto, privo delle statue celebrative entro nicchie. Realizzato in opus latericium è alto circa 10 metri e largo 18 (rispetto ai 25 originari).
Nei secoli successivi vi fu posta una lapide commemorativa a ricordare la battaglia del Volturno tra garibaldini ed esercito borbonico (1860).

Anfiteatro
Secondo in Europa solo al Colosseo, fu costruito tra la fine del I e l’inizio del II secolo d.C., in posizione strategica lungo la Via Appia. Fu poi arricchito di statue e colonne da Adriano (117-138 d.C.)
Secondo quanto tramandano le fonti, l’edificio – alternando momenti di ricchezza a fasi di stasi – fu utilizzato fino al IX secolo d.C. (storico longobardo Erchemperto).
Grandi stravolgimenti si registrano però nel 841, anno in cui Capua fu distrutta dalle incursioni Saracene.
Tuttavia, le devastazioni non arrecarono danni seri alla struttura portante ma solo a decorazioni come statue e plutei. Modifiche consistenti furono dovute, invece, all’utilizzo che ne venne fatto. Nel XI secolo, mediante la chiusura di alcune arcate, venne adibito a fortezza da Atanasio, duca di Napoli. Seguì, poi, un’azione costante di espoliazione di statue, colonne e capitelli che servirono alla costruzione di chiese e palazzi del circondario.
È solo grazie a Francesco I di Borbone che gli atti vandalici vennero fermati. Con regio decreto del 1826, infatti, il sovrano realizzò dei lavori di restauro dell’edificio che lo fecero ritornare al suo antico splendore.
Secondo le fonti, l’anfiteatro presentava quattro piani con 80 arcate per piano, decorate con busti di divinità (al primo) o con statue (al secondo e al terzo). A chiusura, un attico a parete sulle cui mensole poggiavano le travi utilizzate per le funi del velarium, il telo che chiudeva l’arena per proteggere dal sole in occasione degli spettacoli. Oggi si conservano solo i primi due ordini che, da soli, servono a farci capire quanto fosse imponente la struttura all’epoca.
La pianta, di forma ellittica, misura circa 140 m. Era dotata di quattro ingressi, collocati in maniera simmetrica in corrispondenza dei quattro punti cardinali.
L’area interna, capace di contenere fino a 40.000 spettatori, si presentava leggermente convessa per permettere il deflusso delle acque piovane. Lungo il suo perimetro, troviamo un alto muro, il podio, sul quale in origine veniva eretta la rete di protezione per gli spettatori. È proprio dal podio che si aprono gli ingressi ai sotterranei. Sono tuttora la parte più suggestiva dell’anfiteatro. In origine erano utilizzati per immagazzinare le attrezzature di spettacolo e per ospitare gli animali in attesa dell’esibizione.
Come consuetudine, l’ingresso all’anfiteatro in occasione di spettacoli e feste era gratuito, ma la collocazione in esso avveniva in base alla classe sociale: le donne nella loggia coperta, il popolo in alto e senatori e magistrati nei posti più vicini all’arena.
La costruzione di un anfiteatro è fortemente legata alle abitudini dei popoli campani che davano grande importanza ai giochi gladiatori. Non a caso l’Antica Capua è ricordata per la presenza della scuola di Lentulo, tra le più rinomate scuole gladiatorie del mondo romano, menzionata per la formazione del celebre schiavo ribelle Spartaco (73 a.C.).
Museo dei gladiatori
Ideato nel 1954, l’allestimento museale occupa l’ex Antiquarium. L’allestimento interessa gli elementi decorativi superstiti dell’Anfiteatro, fino a quella data esposti ad incuria ed intemperie nei sotterranei dell’edificio. Le due sale espositive mostrano, sia alle pareti che mediante vetrine collocate al centro, sculture dal forte gusto classicheggiante, probabilmente eseguite in età adrianea (dal 117 d.C.). Si possono dunque ammirare busti e teste, iscrizioni, frammenti scultorei della decorazione architettonica e calchi di armi usate da gladiatori rinvenute a Pompei.
Lo scopo dell’allestimento è quello di fornirci un quadro completo sia dell’edificio che dell’uso che se ne faceva. Degno di nota in tale senso è il plastico (Sala I) che ci fornisce un confronto tra lo stato attuale del monumento ed il suo aspetto originario. Per quanto riguarda, invece, i combattimenti che venivano organizzati, è possibile averne un’idea attraverso il diorama (Sala I, vetrina) che simula il combattimento tra belve e gladiatori all’interno dell’arena.

Piazza I Ottobre
In un’ottica di miglioramento dello spazio antistante l’anfiteatro, NEL 2009 sono stati portati avanti lavori di sistemazione e valorizzazione della piazza. Nel corso dell’intervento è venuto alla luce metà dell’anfiteatro di età repubblicana, scenario dei combattimenti di Spartaco. La nuova piazza dunque, ingloba un grande edifico ottagonale, con vasca centrale, in origine usata come piscina. Lungo il suo perimetro, si possono vedere le basi delle colonne costituenti il portico che la circondava.

Mitreo
Risale alla fine del II secolo d.C. il Sacello dedicato al culto del dio Mitra. Originariamente dio persiano della luce, incarnava le virtù di un soldato romano, allo stesso tempo guerriero, cacciatore e cavaliere. Spesso è stato associato al dio-sole, oltre che più propriamente dio dei patti, dell’alleanza tra i popoli e gli uomini.
Al Mitreo si entra da una piccola porta, che da accesso ad un unico grande ambiente rettangolare destinato al culto, con panche laterali riservate ai fedeli e pareti affrescate con i sette gradi del rito dell’iniziazione.
La volta di copertura raffigura l’universo e le stelle a otto punte che la decorano – di colore rosso e blu - sono tutte forate per consentire l’accesso di luce ed aria.
L’altare è sistemato sulla parete di fondo che è decorata con un affresco raffigurante il dio Mitra – con costume orientale e berretto frigio - nell’atto di uccidere il toro bianco (Mitra Tauroctono), simbolo della vita che si genera dal sacrificio. L’offerta avviene alla presenza di figure altamente simboliche: il cane (genio del bene), il serpente (genio del male), il Sole (la cui luce rende onnisciente il dio), la Luna, l’Oceano e la Terra. Sulla parete opposta, invece, è ritratta la Luna su di una biga a simboleggiare la morte e la resurrezione dopo il sacrificio.

Museo archeologico dell’Antica Capua
Inaugurato nel 1995, l’allestimento occupa un’area nel cuore della città moderna che ha subito negli anni profonde trasformazioni. Simbolo della struttura architettonica è l’imponente torre dove, nel 1278, nacque Roberto D’Angiò.
Il museo nasce dall’esigenza di raccogliere tutti i materiali emersi dai lavori di scavo nel corso degli anni e l’allestimento segue un criterio cronologico, a partire dal X sec. a.C. fino all’alto medioevo.  All’interno, dunque, abbiamo la possibilità di ammirare reperti risalenti all’età del bronzo (provenienti da una piccola necropoli della zona), all’età del ferro (principalmente corredi funerari), alla cultura arcaica, etrusca e sannitica. La diversificazione di materiali e culture documentano gli scambi avvenuti nel tempo con altre popolazioni. È proprio dagli scambi culturali che nasce nella zona dell’Antica Capua la produzione del bucchero, tecnica di origine etrusca particolarmente raffinata per la lavorazione dell’argilla.
Numerosi sono gli oggetti in bronzo, la cui produzione è strettamente legata alla città come testimoniano i recenti ritrovamenti (Officina del Bronzo, Via Curri, 1992) che evidenziano la fiorente attività artigianale dell’Antica Capua.
 Officina del bronzo
Emersa nel 1992, durante lavori di costruzione di un edificio moderno, l’Officina del bronzo ci fornisce una testimonianza di quelli che dovevano essere i quartieri artigianali della città antica, oltre che una conferma della fiorente produzione bronzea nel territorio. Si ipotizza che il luogo – ora costituito da ambienti sotterranei - veniva all’epoca utilizzato per la realizzazione di complementi d’arredo in bronzo e rientrava in una struttura più grande fornita anche di deposito e bottega.

Bottega del Tintore
Rinvenuta nel 1955, rappresenta un’importante testimonianza di Domus di età repubblicana. Vi si accede percorrendo una scala coperta da volte a botte che immette direttamente nelle due stanze pavimentate con mosaici a forme geometriche, costituito da tessere bianche e nere. La muratura e tutta realizzata in blocchi di tufo squadrati ma ciò che riveste maggiore importanza sono le iscrizioni dei mosaici, databili alla prima metà del I secolo a.C. Da esse si evince: il nome dell’architetto (Tito Safinio Pollione), del proprietario (Publio Confuleio Sabbione) e la sua professione (venditore di mantelli), confermata anche dalla presenza di una vasca con pozzo nel primo ambiente.

Criptoportico
Sito in Corso Aldo Moro, presenta una struttura a tre bracci ad unica navata e con copertura  voltata. Gli ingressi erano collocati all'estremità del lato interno, scale a due rampe portavano al piano superiore. Il corridoio era illuminato da ottanta finestre collocate nella parte interna, mentre trenta nicchie conferivano movimento architettonico al muro esterno.
La sua conservazione è legata ad un susseguirsi di eventi che ne hanno in parte modificato l’aspetto originario. Probabilmente in origine sormontato da un tempio, ha costituito le fondamenta di un convento seicentesco, poi divenuto Casa Circondariale ed oggi sede universitaria.

Domus con fontana
Antica Domus romana sita in Via Bonaparte è conosciuta anche semplicemente come Ninfeo, dal nome delle fontane che solitamente decoravano il giardino delle case.
Probabilmente di età repubblicana, oggi abbiamo la possibilità di ammirare una vasca di notevoli dimensioni con al centro una fontana di forma troncopiramidale. L’elaborata struttura architettonica lascia immaginare i giochi d’acqua che si creavano, partendo dallo zampillo centrale per poi scivolare lungo le scalette laterali. Doveva essere circondata da un peristilio, purtroppo non arrivato fino ai nostri giorni.

Domus di Via degli Orti
Resa visibile in seguito a lavori di costruzione nel 1970, si tratta di una domus di età imperiale. La struttura ci lascia immaginare appartenesse ad un ricco proprietario, il quale molta importanza diede alla realizzazione della sala da pranzo e della zona termale, inserita in un ampio giardino porticato con fontana e ninfeo. Della zona termale si conservano il tepidairium ed il calidarium le cui pareti erano riscaldate mediante i tubuli, condutture in laterizio che corrono all’interno del muro. Anche gli ambienti interni si conservano in buono stato e presentano una pavimentazione in marmo bianco.

Necropoli in Viale Consiglio d’Europa
Testimonianza di una memoria storica in continua evoluzione, l’ultimo sito di questo itinerario è di recente scoperta e risale al luglio del 2011. Si tratta di antichissime sepolture a pozzetto di origine etrusca. Il ritrovamento consente di ricostruire il rituale della sepoltura e della cerimonia funeraria grazie alla presenza di vasi, anfore, corredi funebri, nonché due scheletri in ottimo stato di conservazione.

Itinerario B: Le strade del sacro
In seguito all’incursione saracena, parte degli abitanti si trasferirono in un luogo più difeso dalle anse del fiume Volturno, dando vita alla città di Capua. Tuttavia, la sussistenza di numerose vestigia, consentirono la permanenza di piccoli nuclei di abitanti gravitanti nelle aree circostanti ai luoghi di culto dando vita a vari agglomerati rurali definiti casali. È dall’unificazione dei casali di Santa Maria Maggiore e di Sant’Erasmo che nel 1315 prende vita  Villa Sanctae Mariae Maioris.

Duomo di S. Maria Maggiore
La chiesa di S. Maria Maggiore fu edificata per volontà di San Simmaco Vescovo nel 432. Le colonne (alcuni dei capitelli sono materiale di spoglio proveniente dall’Anfiteatro) che scandiscono la navata centrale rimarcano la struttura originaria ad unica navata e segnano il passaggio all’ampliamento voluto nel 787 da Arechi, Principe di Benevento.
Attualmente si presenta a cinque navate con numerose cappelle laterali di impronta barocca, frutto del restauro voluto nel XVIII secolo.  Degna di nota è la cappella di Santa Maria Suricorum, la cui decorazione si lega al finanziamento ottenuto, secondo l’episodio leggendario, da un principe guarito dalla lebbra in seguito al suo ristoro di una notte nella chiesa. Riccamente decorate, le cappelle laterali conservano tele realizzate da importanti artisti campani, come Giacinto Diano e Francesco De Mura.
La facciata è più recente, di gusto neoclassico, non distoglie però l’attenzione dall’imponente campanile, protagonista ogni anno del famoso spettacolo pirotecnico a chiusura dei festeggiamenti in onore della Vergine Assunta, manifestazione di grande importanza che fa convergere in città un gran numero di turisti.

Chiesa della Madonna delle Grazie
La Chiesa, annessa al convento francescano, sorse sulle rovine della Basilica dei SS. Stefano ed Agata voluta dal vescovo di Capua Germano nel VI secolo. Poiché nel corso dei secoli il luogo si distinse come meta di pellegrinaggi da parte dei fedeli, agli inizi del XX secolo si decise di realizzare una nuova chiesa per accogliere meglio i fedeli. I lavori furono affidati all’architetto Nicola Parisi, che realizzò un progetto in forme neoromaniche, capace di inglobare il prezioso abside dell’antica basilica germaniana. L’altare moderno, presenta l’archivolto affrescato con dodici medaglioni rappresentanti i Santi dell’ordine. Altro tesoro nascosto della Chiesa è l’affresco della Madonna delle Grazie, risalente al XIII secolo, raffigurata in trono con in grembo il Bambino.

Chiesa di San Pietro in Corpo
Pur con una forma architettonica di fine Ottocento – su progetto di Francesco Sagnelli -  la chiesa ha rivestito un ruolo importante nella storia urbanistica e religiosa della città. L’edificio, che fiancheggia il tracciato della Via Appia, rappresenta un riattamento dell’antica basilica costantiniana edificata nel 320 d.C., in onore degli Apostoli. Vestigia antiche, infatti, possiamo notarle nei capitelli corinzi, uno dei quali posto in posizione tale da evidenziare la stratificazione storico-artistica tra le due costruzioni.
Dalle forme eleganti, l’attuale facciata è ripartita da quattro lesene scanalate che conducono lo sguardo verso il timpano con decorazione musiva dell’artista fiorentino Michele Mellini, raffigurante la scena della consegna delle chiavi.

Chiesa di Sant’Agostino
Dedicata a Sant’Agostino vescovo di Capua, l’attuale chiesa sorge sulle rovine dell’antica cappella rurale di Sant’Agostino ad Arcum. L'attuale impianto conserva solo poche tracce dell’edificio originario, come il portale con sovrastante lunetta, ma è degna di nota in quanto custodisce l'ingresso di una catacomba utilizzata per la sepoltura dei cristiani capuani.

chiesa di sant’erasmo
Ricordata anche come la Chiesa di Sant’Erasmo in Capitolio, sorge nei pressi del Campidoglio voluto da Tiberio. La struttura attuale è del 1919 e sorge in luogo della vecchia cappella voluta da Roberto d’Angiò nel 1324.
La facciata attuale è ripartita in due livelli; nel primo predomina il ricco portale d’ingresso, contenente un bassorilievo raffigurante la Madonna in trono. Il secondo, invece, sormontato da timpano, è arricchito dalla presenza della torretta campanaria.
Una volta entrati, lo sguardo viene rapito dalla volta a botte affrescata con l’Investitura divina di Sant’Erasmo.

Itinerario C: L’architettura civile
Con la bonifica dei Regi Lagni (1616) e il miglioramento delle condizioni di salubrità, la città divenne luogo ideale per residenze di famiglie aristocratiche. Sarà durante il regno borbonico, però, che la città rivestì un ruolo strategico come piazzaforte militare.
Nel 1806 venne incorporato il Casale di San Pietro in Corpo e dopo due anni divenne sede dei tribunali, per volere di Gioacchino Murat. Altro momento significativo risale al 1860, quando la città accolse le truppe garibaldine alla vigilia della battaglia del Volturno. Ormai l’assetto urbanistico è in continua evoluzione e prende forma la città moderna segnata anche dalla nuova e definitiva denominazione: Santa Maria Capua Vetere.

Palazzo Melzi
Sorto a ridosso del Duomo, assiste al passaggio nel tempo da edificio di proprietà religiosa a civile. Nacque, infatti, come Mensa dell’arcivescovo Camillo Melzi (prima metà XVII secolo) e rimase tale con notevoli ampliamenti per un lungo periodo. Nel 1809, poi, fu destinato a sede del Tribunale. L’istituzione del foro sammaritano ha modificato l’organizzazione della città, fino a quel momento improntata solo sulle attività agricole ed artigianali. Attualmente è sede della Facoltà di Giurisprudenza. Le linee della facciata sono sobrie, di impronta neoclassica, con alto basamento nel primo ordine e lesene corinzie a sorreggere un cornicione fregiato. La parte centrale della facciata è costituita da coppie di lesene che vanno ad incorniciare l’ingresso principale sormontato da balcone.

Villino Cortese
Progettato nel 1930 da Michele Cortese per uso privato, è un esempio evidente di edilizia liberty nella nostra città. Ammiriamo, dunque, vetrate policrome, motivi geometrici e profili in ferro dipinto ospitati da una singolare costruzione angolare a pianta poligonale.

Palazzo Papa
L’edificio, di origine settecentesca, ha subito un importante intervento di ristrutturazione agli inizi del Novecento. Questo fa si che, all’impianto rinascimentale, si uniscano  con sapiente eleganza le linee decorative dell’art nouveau, come possiamo ammirare nel portone d’ingresso in legno intagliato con motivi floreali.

Palazzo Cappabianca
Così chiamato dal nome del committente Gaetano Cappabianca, illustre benefattore sammaritano, indica la data di fine lavori su un fermaporte (1878). In seguito ai recenti restauri, possiamo ammirare un impianto d’ispirazione neoclassica per la facciata con decorazioni interne in chiaro gusto ecclettico, visibili in ben dieci sale egregiamente conservate.

Palazzo Paolella
Testimonianza della presenza dello scultore Ferdinando Sanfelice, il palazzo è un tipico esempio di edilizia privata settecentesca. L’impronta sanfeliciana è evidente negli stucchi che decorano sontuosamente finestre e balconi della facciata, rappresentati dal sapiente intreccio tra volute e mascheroni, peculiari dell’epoca.

Teatro Garibaldi
Nell’ottica della crescita socio-economica di fine Ottocento la città non poteva essere sprovvista di Teatro. Il progetto fu realizzato dall’architetto pugliese Antonio Curri che fonde abilmente architettura, pittura e scultura raggiungendo risultati strabilianti. Grandi riferimenti come il teatro dell’Opera di Parigi, pongono il risultato finale ad un livello così alto, tanto da farlo definire “il piccolo San Carlo” sulla scia del teatro più importante presente a Napoli. La facciata presenta tre ingressi, custoditi ai lati dalle statue di Goldoni e Alfieri, simboli rispettivamente della Commedia e della tragedia. In alto, invece, la musica è rappresentata dai quattro medaglioni raffiguranti Bellini, Rossini, Pergolesi e Cimarosa.

Villa comunale
Polmone verde della città, la villa comunale chiude Corso Garibaldi con una significativa quinta architettonica: il monumento ai Caduti garibaldini. Edificato per ricordare la battaglia del Volturno, venne decorato dallo scultore Giuseppe Tonini nel 1905. La scalinata balaustrata in marmo bianco e fregi, si completa con una colonna centrale coronata dalla statua bronzea della Vittoria alata.
Testimonianza del passaggio di Garibaldi nella città sono anche il Palazzo Teti - dove alloggiò Giuseppe Garibaldi ed il 2 novembre 1860 firmò la resa dei borbonici di Capua - la colonna Fardella – in località 14 ponti, voluta dal colonnello Fardella a ricordo della vittoria nella battaglia del Volturno dl 1 ottobre 1860 - e il Museo dei Cimeli Garibaldini.

Museo dei Cimeli Garibaldini
Il Museo, istituito con delibera del 1870, raggiunge la forma attuale nel 1911, in occasione del 50° Anniversario dell’Unità d’Italia.
Significative sono la Sala del Risorgimento - dove sono esposte le testimonianze dei primi moti di rivolta - e la Sala della Battaglia del Volturno – in cui si conservano bandiere di combattimento ed armi utilizzate dai garibaldini durante la battaglia del Volturno.
Il museo espone anche una raccolta di cartoline e foto d’epoca, oltre che i bellissimi acquerelli donati alla città dal pittore murciano Zacariaz Cerezo.
Il museo, però, non è importante solo per il contenuto ma anche per il contenitore: è ospitato nell’antico convento dei padri Alcantarini, di cui si conserva anche un cimitero con le tradizionali sepolture a seduta.
Nell’antica chiesa del convento, è custodita la tela raffigurante La morte di San Pietro d’Alcantara (1690 circa), opera del pittore napoletano Luca Giordano.




1 commento:

Anonimo ha detto...

molto interessante, ho sempre pensato che il nostro anfiteatro fosse secondo solo al colosseo!